Lotta ad AirBnb

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un articolo sul web che analizzava i benefici e i  danni derivanti dall’arrivo del portale di house sharing più famoso al mondo sulla scena turistica mondiale. AirBnb, portale nato nel 2008 in California come una delle tante startup della valley, si è imposto in poco tempo nello scenario turistico mondiale grazie al suo approcio innovativo, coraggioso e giovanile.

AirBnb, per i meno esperti, dà la possibilità ai padroni di casa d’affittare un appartamento o anche semplicemente una piccola stanzetta all’interno della loro stessa casa ai turisti. L’idea sembra meravigliosa, ma gli effetti collaterali purtroppo non si sono fatti attendere.

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Inizialmente le cifre che venivano richieste per questi soggiorni, il più delle volte brevi o brevissimi, erano semplicemente dei rimborsi spese per la biancheria che veniva sporcata o per le pulizie che bisognava fare, ma si sa, col tempo ci si può far prendere la mano. In molte zone potrete trovare appartamenti a prezzi eguali, se non più elevati, delle tradizionali stanze d’albergo, a cifre che sanno più di lucro bello e buono che di rimborso spese o di condivisione.

Il problema derivante da questa brutta piega sta nel fatto che, dati del 2017 alla mano, l’1% dei proprietari iscritti ad Airbnb possiede il 10% degli alloggi presenti sul portale. Sempre più persone decidono di acquistare degli appartamenti per creare dei veri e propri alberghi diffusi (vi lascio il link ad un articolo che vi spiegherà benissimo cos’è un albergo diffuso). Il problema come potete immaginare è che queste persone, da una parte anche legittimamente, non vogliono mettere in atto una “share economy” nei confronti dei turisti, vogliono semplicemente diventare i nuovi imprenditori del settore turistico.

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Città come Parigi, Amsterdam, Lisbona e la nostrana Firenze, stanno al momento pagando le conseguenze di questo cambiamento. L’avvento di questi affitti temporanei sta comportando il progressivo spopolamento del centro storico, luogo dove sono principalmente ubicati gli appartamenti presenti su AirBnb. Gli abitanti, passatemi il termine, autoctoni, stanno progressivamente cedendo il posto, il loro posto, la loro abitazione, ai turisti mordi e fuggi, a quella categoria di persone che si fermerà in città per poco più di qualche giorno, pagando senz’altro più d’un affituario classico ma col problema che, per quanto si sforzi, non vivrà mai il luogo come un locale al 100%.

Nei giorni scorsi Michielli, presidente dell’associazione FederAlberghi per la regione Veneto, ha commentato in questo modo l’aumento dell’80% degli annunci presenti sul portale solamente in Veneto: “non è vero che si tratta di forme integrative del reddito: sono attività economiche a tutti gli effetti, che molto spesso fanno capo ad inserzionisti che gestiscono più alloggi. Non è vero che si condivide l’esperienza con il titolare: la maggior parte degli annunci pubblicati su Airbnb si riferisce all’affitto di interi appartamenti, in cui non abita nessuno. Non è vero che si tratta di attività occasionali: la maggior parte degli annunci si riferisce ad appartamenti disponibili per oltre sei mesi all’anno. Non è vero che le nuove formule compensano la mancanza di offerta: gli alloggi presenti su Airbnb sono concentrati soprattutto nelle grandi città e nelle principali località turistiche, dove è maggiore la presenza di esercizi ufficiali.” 

Anche se il problema, dal punto di vista del turista, può essere più o meno concreto, resta comunque la difficoltà oggettiva che stanno incontrando le autorità nel regolamentare la questione. Esistono in Italia alcuni host (termine con cui si indica chi ospita su AirBnb), che mettono a disposizione fino a 130 alloggi in contemporanea, molti altri che ospitano in maniera irregolare, senza richiedere documenti ai turisti e senza comunicare i loro nominativi alla questura, ed un’altra fetta che svolge quest’attività senza dichiarare nessun introito all’agenzia delle entrate.

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Come per quanto riguarda Uber non penso che tecnologie e innovazioni simili possano essere arginate e contrastate da leggi vecchie e inadeguate alla rivoluzione tecnologica a cui stiamo assistendo, credo che le leggi debbano essere modificate in base alle necessità e alle invenzioni che volenti o nolenti stiamo creando. Ed Airbnb non fa eccezione, stiamo parlando di un sistema innovativo e incredibilmente votato alla condivisione, qualcosa che prima non esisteva ma di cui ora non possiamo fare a meno, non possiamo pensare di prenderlo e chiuderlo in una scatola solo per paura di far male a qualche albergatore abituato a non avere una gran concorrenza. Personalmente posso dire che senza Airbnb non avremmo potuto arrivare a capo nord dormendo solamente negli alberghi ultra costosi presenti nel nord europa.

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A cena con la nostra host a Tallin

Airbnb si o Aribnb no? Voi cosa ne pensate? Strumento ammazza-alberghi o metodo di viaggio innovativo e stimolante?

 

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